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Edizione 2000 – Don Chisciotte

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Note di Regia

Don Chisciotte della Mancha è una di quelle cose come la Bibbia o l’Iliade o la Divina Commedia.
Un romanzo che è un “abbecedario” straordinario, galleria di strambi figuri e paesaggi d’altri tempi: un mondo ricco ed inesauribile di storie e d’insegnamenti; anzi due mondi, perché questa è la storia delle cose viste non solo così come sono, ma come appaiono allo sguardo allucinato del Cavaliere della Trista figura che trasforma i mulini in giganti, le mandrie di pecore in eserciti, le contadine in principesse.
E allora in questa moltiplicazione di dimensioni rischiamo di perderci, abbiamo bisogno di guide. Ci piace farci guidare in queste strade perigliose da maestri, personaggi che hanno sempre avuto qualcosa da dire, ora come nel giorno in cui sono stati creati. Forse è proprio come il linguaggio dell’opera, un Don Chisciotte fuori del mondo che però sa divertirti o farti commuovere come pochi.
Raccontare la storia di questo cavaliere è pericoloso perché rischi di perderti nella sua ricchezza o di immiserirla fino ad ucciderla, come purtroppo ha fatto il buon Henri Cain, autore del libretto dell’opera omonima di Massenet. Vogliamo tornare innanzi tutto al romanzo di Cervantes, insuperabile maestro di racconto, e da lì partire noi che lo spettacolo lo facciamo, tanto quanto i bambini che lo spettacolo lo vedranno, ma non solo: che lo leggano, il più possibile, scorrendo le innumerevoli peripezie di questo nobilotto che, per dare un senso più alto alla propria vita, si è tuffato a precipizio nel mondo della vita.
Abbiamo bisogno di pochi narratori, tre come i protagonisti, che sappiano condurre con sapienza il filo del racconto, capaci di passare dalla narrazione all’evocazione, dalla recitazione al canto, per riuscire a suscitare semplicemente, ma con ricchezza di colori, tutte le situazioni del romanzo.
Abbiamo bisogno che lo spazio evocato abbia la libertà di espandersi come vuole, fino ad invadere tutta la sala, grazie alla presenza vigile, partecipe ed entusiasta dei nostri spettatori, chiamati ad essere interlocutori attivi e dialoganti delle azioni vitali del picaresco cavaliere; e saranno di volta in volta briganti, mercanti di passaggio o addirittura i mitici mulini a vento. Insomma protagonisti a tal punto da determinare loro stessi lo svolgimento della vicenda, come accade quando si legge un saggio o un romanzo, liberi di determinare l’andamento della storia che si svolge sotto i propri occhi, saltando pagine noiose, sbirciando il finale, divorando interi capitoli con voracità.
Abbiamo bisogno di una compagine musicale altrettanto versatile che sappia essere all’altezza della massa di suono messa in campo da Massenet per poi sapersi racchiudere nel melanconico assolo di una chitarra e poi… ci sono certi suoni, ricerche timbriche sperimentate all’inizio dell’ormai non più nostro secolo dal Maestro francese, quasi settantenne, talmente moderne che ora, nell’era del fantomatico postmoderno, non possiamo non proseguire a modo nostro: un ensemble di strumenti misti per genere e stile faranno cerchio attorno all’electone, strumento sofisticatissimo capace di evocare (certo non sostituire) interi gruppi orchestrali!
Abbiamo bisogno di immagini, abbiamo bisogno di un linguaggio visivo che ci restituisca la lucida follia dello sguardo di Don Chisciotte: useremo proiezioni composite, analogiche, dinamicamente proiettate in tutto lo spazio, strumento duttile nel mostrare molteplici dimensioni per poter vedere contemporaneamente la realtà e la sua deformazione, traendo materiale dalla ricchissima tradizione dell’iconografia di Cervantes: dalle incisioni della prima edizione fino a quelle di Doré, Picasso e Daumier, e più oltre ancora, rubando a spezzoni di Kubrik, Fellini, Kurosawa, Disney…
Se lo spazio è uno spazio dinamico, sa ricreare le pittoresche dimensioni delle terre di Spagna tanto efficacemente quanto gli infiniti luoghi della mente e dell’immaginazione delirante del protagonista.
L’incorporea presenza della luce che sa scolpire nel vuoto caratteri, dimensioni e sentimenti diversi creerà la casa multiforme in cui far abitare la nostra storia.
Tutti i tipi di luce: luce teatrale ovviamente ma anche, luce naturale, luce industriale oltre alla fantasmagoria della luce che crea immagini in movimento.
Ma inoltre abbiamo bisogno di tempo, del lungo lavoro di ricerca e sperimentazione che, dal suo nascere, ha caratterizzato il laboratorio di Opera domani, eh sì… perché, in questo caso, accordare l’opera per bambini, la grande tradizione del melodramma francese, la musica elettronica, le tecniche di racconto, l’epica cavalleresca con la riuscita del progetto è forse folle come le imprese del cavaliere itinerante che andiamo a raccontare.
…forse proprio è per questo che ci proviamo!

Testo a cura di Francesco Micheli – regista
Don Chisciotte
note sull’elaborazione musicale

Quello che succede sulla scena nel corso di un’opera lirica viene quasi sempre raccontato in almeno due modi diversi. L’uno è quello che tutti possiamo vedere e seguire: una trama che si snoda davanti ai nostri occhi sul palcoscenico, dove i cantanti, spesso agghindati in sontuosi e coloratissimi costumi, danno vita ad amori, gelosie,  eroici gesti patriottici e laidi tradimenti. L’altro invece ci racconta le stesse vicende in un modo che spesso riesce a dribblare il nostro strato consapevole della percezione: non ci mostra delle cose, ma ce le suggerisce, fa in modo che le nostre reazioni emotive esplodano attraverso accordi, timbri e melodie, altera il nostro ritmo cardiaco amplificando a dismisura il potenziale emotivo del racconto. Non sta “intorno” o “a fianco” del racconto, è esso stesso un racconto. Stiamo parlando, ovviamente, della musica.
E se per una volta, approfittando di un’opera non molto conosciuta e di un pubblico entusiasta e non ancora condizionato dalle mille sovrastrutture mentali quale quello dei bambini, provassimo a mescolare un po’ le carte? Se per una volta tirassimo fuori dalla buca gli strumentisti e li mettessimo sul palcoscenico insieme a quelli che ci siamo abituati a considerare i veri protagonisti? Se provassimo a rendere visivamente esplicito quello che per esempio la contrapposizione acustica dei timbri di due famiglie strumentali diverse ci potrebbe solamente sussurrare?
Da queste considerazioni e da queste scommesse nasce l’idea del nostro Don Chisciotte: un lavoro di notevole creatività drammaturgica e musicale in cui si cerca di evidenziare sotto tutti i profili possibili quello che di drammatico e di teatrale c’è nella musica. Viene utilizzato il seguente organico strumentale: quartetto d’archi (amplificato), quartetto di legni (flauto, oboe, clarinetto e fagotto), un terzo quartetto composto da tre ottoni (tromba, trombone e tuba) più un sax tenore, arpa celtica elettrica e due percussionisti. Gli strumentisti, come si diceva, sono sulla scena, divisi in due gruppi e senza direttore. All’inizio il fatto di non avere una figura che concertasse il tutto sembrava una follia, ma la buona volontà, bisogna riconoscerlo, fa miracoli. Ciascuno dei personaggi è affiancato, nel corso delle arie, della recitazione o dei mélodrames, da un timbro e da un atteggiamento musicale prevalente che ne sottolinea le caratteristiche. Sancho viene accompagnato dagli ottoni – sia quando il clima è farsesco, sia quando le tinte sono più drammatiche – Dulcinea, ovviamente, dall’arpa, Don Chisciotte dai legni (ma la sua personalità ricca di sorprese ha analoghi colpi di scena sul piano musicale). Massenet è sempre presente, ma la nuova struttura dello spettacolo invita talora al ripensamento profondo non solo dell’aspetto timbrico e strumentale,  ma anche della struttura compositiva stessa della musica. Il tutto in una dimensione originale ma stilisticamente accorta, in cui “il guizzo” o l’effetto siano sempre segni evidenti e riconoscibili in un contesto sostanzialmente rigoroso.

Carlo Ballarini